Unione Artisti
UNAMS

Fiction: Di Vittorio, Sindacato UNAMS.

Di Dora Liguori

Rif. 022
16-03-09


Come più volte ho affermato non ho passione per i sindacati o meglio non mi appassiona il sindacato che diviene autoreferenziale e, peggio, deteriora la sua dignità e la sua funzione con insopportabili compromessi. Ma, detto questo, ho sempre profondamente ammirato la figura di Giuseppe Di Vittorio per la sue battaglie a difesa dei deboli e la coerenza con la quale ha portato avanti i propri ideali.

Purtroppo, a riguardo delle mie idee sul sindacato, quella che viene definita la “nemesi storica” ha voluto che alla fine degli anni '70 colpisse anche me. Infatti in presenza di una legge che, incostituzionalmente, secondarizzava Accademie e Conservatori di Musica sentii il bisogno sociale, insieme ad altri, di dover opporre una giusta resistenza a simile demenziale progetto. Fu allora che qualcuno mi fece riflettere sul fatto che l'unica via legale per opporsi a qualcosa, in un Paese democratico, doveva necessariamente consistere nel percorrere la “via sindacale”. Ma, in quel frangente, rivolgersi alla triplice (CGIL,CISL e UIL) era quasi perder tempo poiché il progetto in itinere, o meglio il Ddl Mascagni, era stato possibile proprio per una deliberata scelta della triplice allorché, nonostante solleciti e poi ricorsi, inclusero, nei famigerati “decreti delegati” del '74, che invece dovevano essere riferiti solo alla scuola secondaria, anche i Conservatori e le Accademie. Con questa azione essi, di fatto, avevano spianato la strada proprio al citato e successivo disegno di legge che conteneva, appunto, una definitiva ed effettiva secondarizzazione del settore.

Nonostante ciò, il “coordinamento di base”, fondato da Liliana Pannella e Almerindo D'Amato decise di, comunque, fare un giro preventivo presso le cosiddette “sette chiese” (leggi grandi sindacati) e, appreso definitivamente come la pensavamo, ossia male (per loro i professori di Accademie e Conservatori non erano neppure riferibili a professori di scuola media), il coordinamento decise di mutarsi in sindacato (nel frattempo al gruppo si era aggiunto il Prof. Damiani).

Superando le mie riserve circa i sindacati, il coordinamento mi affidò di seguire il processo fondativo del novello sindacato; e fu allora che, nello stendere i principi associativi, ritenni opportuno, di non ripercorrere gli errori altrui, poiché farlo sarebbe stata cosa non soltanto idiota ma anche inutile. Con queste premesse l' ”innovazione” poteva consistere in alcuni principi che, di fatto, contenevano un ritorno al passato, principi che dovevano mondare il sistema sindacale dalle degenerazioni che erano intervenute nel tempo. E per fare un'operazione del genere occorreva riallacciarsi, senza remore, ai sacrosanti principi enunciati e sempre onorati da Giuseppe Di Vittorio. Pertanto il novello sindacato doveva rifarsi ai seguenti idealistici e fondamentali principi:
- assoluta impermeabilità del sindacato rispetto ai partiti (Di Vittorio fu iscritto al partito comunista ma se ne allontanò allorché la pressione e le scelte del partito non andavano a coincidere con l'interesse dei lavoratori);
- altrettanta assoluta impermeabilità del sindacato nei rispetti del “potere” costituito (leggasi Governo e Amministrazione). Infatti diceva Di Vittorio del “potere”: “con costoro si contratta su posizioni corrette ma dure” pertanto per evitare cedimenti o “pastette” Governo e Amministrazione non si debbono frequentare se non nelle sedi ufficiali di contrattazione (sull'argomento esprimendosi in dialetto pugliese, amava dire: “Chi va al molino s'infarina”);
- incompatibilità fra cariche sindacali e cariche o impegni di Governo, anche se successive alla fine del mandato sindacale. L'indicazione era divenuta opportuna (anche se all'inizio del suo impegno sindacale fu necessario a Di Vittorio essere deputato), poiché indicazione serviva a tutelare l'integrità delle azioni sindacali che potevano essere compromesse da accordi del tipo: cedi su .... e poi ti accantono un seggio sicuro al Senato o alla Camera etc. Ebbene questa elementare indicazione quasi mai è stata rispettata dai “big sindacali”. Per quanto mi riguarda mi è stato offerto, forse per togliermi di torno: “di tutto e di più” ma ho sempre, magari con fatica, tenuto fede al principio;
- evitare che il sindacato si potesse trasformare dal “di dentro” in un sistema “autoreferenziale” poiché un sistema del genere avrebbe provocato lo scollamento del sindacato da un contatto diretto con i lavoratori. Infatti, i vertici del sindacato piuttosto che impegnarsi nella difesa reale degli assistiti, rischiavano di perdere tempo e forze in diatribe interne, legate anche a profitti e vantaggi carrieristici (Di Vittorio non divenne mai ricco).

Questi in sintesi alcuni dei principi del più importante esponente e fondatore della CGIL del dopoguerra che, prioritariamente, dedicò la propria vita alla tutela del più debole, rivendicando per tutti dignità personale e diritto al lavoro; anche se queste cose molto più efficacemente l'aveva già dette, venti secoli prima, un “certo” Gesù di Nazareth. Comunque per il suo impegno e il suo personale esempio Di Vittorio, oltre che essere un grande sindacalista, fu anche un grande uomo.

L'UNAMS nata nel '79 con questi e per questi principi ha, nel tempo, dimostrato di saperli anche onorare. Gli altri sindacati .... mah! ....

Non sta a noi tirare le conclusioni ma bensì alla categoria analizzare possibilmente e comprendere quanto, coraggiosamente, fatto, sin qui, dal sindacato Unione Artisti UNAMS. Infatti se esiste il dovere da parte del sindacato verso il settore, ugualmente esiste il dovere, da parte degli assistiti, a non definire “tutti uguali i sindacati”.

Se così fosse, a che varrebbe ... essere onesti?

D. L.

P.S. Domenica 15 marzo è andata in onda la fiction “Pane e Libertà” su Giuseppe Di Vittorio. A parte alcune “licenze poetiche” che potevano essere risparmiate (la verità è sempre preferibile) ci auguriamo che la fiction serva a far riflettere quanti hanno dimenticato il valore e l'impegno del sindacalismo che non può mai essere speso avverso una categoria e, peggio, contro le aspettative della medesima.